facebook cambia algoritmo

FACEBOOK CAMBIA ALGORITMO: E ALLORA… !?

Facebook cambia nuovamente le regole del gioco. La notizia ha già fatto molto discutere e, come in tutte le cose, c’è chi si preoccupa, ci sono gli indifferenti e anche gli entusiasti.

Sta di fatto che l’algoritmo che decide quali contenuti vediamo su Facebook, d’ora in poi, privilegerà  i post dei profili di amici e parenti, a scapito di quelli delle pagine di marchi, aziende e media.

Zuckerberg ha motivato la sua scelta col solito – un filino retorico – proposito di migliorare le nostre vite tramite le connessioni sociali veicolate dalla sua creatura.

Mark sa che la scelta di ridurre la portata di news e video provenienti dalle pagine potrebbe ridurre anche il nostro tempo di permanenza su Facebook, ma forse questa scelta è dettata (tra le altre cose) dalla consapevolezza del fatto che le persone, dopo aver trascorso troppo tempo sui social, non provano buone sensazioni, e questo rischia di allontanarle da essi. Dunque la suddetta motivazione retorica potrebbe rivelare anche un fine molto più prosaico, pratico e lungimirante: evitare che Facebook diventi fonte di cattive abitudini, che porterebbero alcuni a rinunciarvi totalmente.

Le motivazioni economiche implicite nella scelta, appaiono chiare e giustificate se Facebook lo si guarda per quello che è: una strepitosa macchina da soldi. Allora si capisce che riportare al centro del social le persone e le loro interazioni, significa poter raccogliere sempre più dati su di esse e profilarle sempre meglio. E ciò si collega all’altro secondo fine: spronare ad investire in advertising chi usa Facebook per fare business, garantendo pubblicità sempre più efficaci, tramite un raffinatissimo sistema di targeting. Tutto comprensibilissimo: farsi pubblicità non è e non può essere gratis, bisogna pagare chi la realizza e chi la veicola.

Un’altra motivazione potrebbe essere quella di svincolare il social network più diffuso al mondo dalle accuse di essere un propagatore di fake news.

Inoltre, uno studio ha rivelato a Facebook che la maggior parte dei suoi utenti usa il social per svago e non per informarsi, dunque diventare un feed di notizie stava snaturando Facebook, contravvenendo ai desideri degli utenti.

Le pagine assisteranno all’ennesimo calo della portata organica (non a pagamento) dei loro post, soprattutto quelle che generano meno engagemento. I contenuti di qualità che generano interazioni come i video (soprattutto live), la creazione di gruppi, la condivisione dei post col proprio profilo e qualche euro di sponsorizzazione sono la soluzione. Questa è una tendenza non certo cominciata oggi. Poi, come ha detto Marco Montemagno commentando questa notizia, la cosa importante è saper comunicare, non le regole della piattaforma sulla quale si comunica.

Niente di nuovo sotto al sole! Ma allora perché tanto clamore? Perché ogni volta che Facebook cambia qualcosa succede il finimondo?

Perché abbiamo dato ai social network un enorme potere, iniziando per questo a pretendere da Facebook qualcosa di diverso da quanto è connaturato al fatto di essere il business di Mark Zuckerberg.

Ho letto diversi articoli su questo argomento e sebbene le frasi dei catastrofisti abbiano un certo effetto – “perché la nostra vita, e non è una battuta, ormai è ben più concretamente minacciata dalla decisione di Facebook di cambiare i suoi algoritmi che dalla minaccia di una guerra tra Trump e la Corea del Nord” (fattoquotidiano.it) – tutto appare sotto la giusta luce se si guardano le cose per quello che sono.

Continuando a citare lo stesso articolo, appare chiaro che “la lettura silenziosa di un articolo ha un valore minore di un commento, magari su una torta di compleanno o un nuovo completino”, perché si tratta del valore economico che ciò ha per Facebook, e non del loro valore in assoluto. Sebbene io sia d’accordo con il fatto che: “le emozioni veicolate su Facebook sono spesso fini a se stesse. Ci sentiamo meno soli, certo, ridiamo o piangiamo per una foto, ma la vita è fatta anche di riflessione, critica, discussione su temi che riguardano il vivere comune, la qualità della nostra democrazia, e molto altro”; penso che non possiamo pretendere da Facebook di fare per noi ciò che la maggior parte dei suoi utenti non vuole. Tanto, per chi voglia farlo (e io sono tra quelli), c’è comunque la possibilità di non seguire i profili degli amici che postano cose futili. L’articolo preso a modello della posizione catastrofista, si conclude con l’ennesima frase ad effetto: “Possiamo accettare acriticamente quella che sembra sempre di più come una social-dittatura?”. Questa frase tradisce l’errore di fondo di tutte (o quasi) le argomentazioni di questo tipo, cioè il considerare il rapporto tra noi e Facebook alla stessa stregua del rapporto tra cittadini e stato; mentre si tratta invece del rapporto tra un’azienda e i suoi clienti, che pagano coi loro dati personali o per farsi fare pubblicità.

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